Claudia

Quello del furgone non è un letto. È un tavolo capovolto che ci ostiniamo a chiamare letto ma che non ha traccia di comodità. È pure stretto e si finisce sempre schiacciati contro il bordo del finestrino oppure in equilibrio sul ciglio del materasso con il rischio di cadere sotto il mobiletto del fornello.

Però svegliarsi a due passi dalla parete è impagabile, così come lo è aprire la portiera, sentire cardellini e fringuelli annunciare i primi raggi del sole e respirare la rugiada che profuma di sottobosco.

Il parcheggio a quest’ora è vuoto, c’è solo un camper con targa straniera dall’altra parte.

Nicola è già uscito per la sua solita passeggiata prima di colazione. Lui è un vero mattiniero, io invece amo crogiolarmi ancora per qualche minuto nel sacco a pelo prima di alzarmi.

In questo momento la solitudine e la tranquillità sono perfette, e mi trovo circondato da una bellezza gentile, che si diffonde dolce senza sopraffare o suscitare emozioni troppo forti.

Come d’abitudine, prima che Nicola ritorni, mi vesto, accendo il gas sotto la moka e preparo fette biscottate e marmellata.

Al sentire un motore in avvicinamento, mi affretto a scendere dal furgone e ad aprire tavolo e sedie per marcare il territorio e tenere lontane possibili compagnie non sempre gradevoli.

Il rumore si fa più forte e, dalla curva che immette nel parcheggio, spunta una vecchia Yaris blu che solleva nuvole di polvere.

La seguo con lo sguardo, parcheggia a più di dieci metri da noi. È abbastanza lontana, posso rilassarmi, risalire sul furgone e continuare la mia routine quotidiana.

Nicola rientra e, mentre facciamo colazione, sento il vociare dei nuovi arrivati che preparano il materiale per arrampicare. Sono voci di donna, una è più ciarliera mentre l’altra risponde con frasi sintetiche ma, quando lo fa, tocca una corda nascosta nella mia memoria.

Un brivido mi percorre la schiena: non è possibile!

Mi sporgo con cautela dal finestrino. Una nuvola di capelli castani accende vecchi ricordi nei miei occhi. Il brivido torna, più forte.

Rientro velocemente, non voglio essere visto. Il cuore mi pulsa in gola mentre tutto ciò che con fatica sono riuscito a cacciare in un limbo inizia a premere per uscire.

Sbircio dalla porta e, dentro un paio di pantaloni corti e una canottiera bianca che si intravede dall’abbottonatura aperta di una camicia a quadrettoni rossa e blu, vedo il fisico asciutto e regolare di Claudia mentre si accinge ad indossare un imbrago.

Immagino il suo sguardo, quegli occhi verdi allegri e gentili capaci di diventare pozzi pieni di mistero quando si concentravano su qualcosa che le interessava davvero.

Però quel qualcosa non ero mai io.

Io, fin da piccoli, un amico. Mi trattava con gentilezza, con confidenza, giocavamo insieme, uscivamo insieme in bici e, più grandi, con la stessa compagnia, nella stessa scuola. Lei sempre gentile e amichevole ed io sempre ad aspettare che il suo sguardo diventasse profondo e misterioso su di me e mi desse il coraggio di farmi avanti.

E invece no. La prima volta è stato Luca, il fighetto del terzo banco. Io lo sapevo che non sarebbe andata, così mi sono messo in disparte ad aspettare che finisse, sperando ancora che poi quel suo sguardo si posasse su di me.

Dopo è arrivato Alberto. E pensare che in falesia ce l’avevo accompagnata io, proprio per stare con lei senza il gruppo dei bulletti della classe, in modo che mi vedesse. Ma quel ragazzo dai lunghi riccioli neri abbronzato che scalava a petto nudo l’aveva attirata come una calamita e mi sono di nuovo trovato in disparte.

Di nuovo ad aspettare, perché sapevo che anche con Alberto sarebbe finita, non era certo il suo tipo.

E allora rieccomi lì. Ma lei di nuovo a dispensarmi sguardi dolci e carini, leggeri, ad accettare con gentilezza i miei inviti al cinema, alle passeggiate in montagna e a scalare, ma rimanendo sempre fuori portata, troppo lontana per il mio debole coraggio.

Coraggio che si è definitivamente sciolto quando con occhi pieni di gentilezza e amicizia mi ha consegnato l’invito al suo matrimonio.

Ho fatto una fatica immane a sopprimere quel desiderio, a cacciarlo nelle stanze più remote della mia anima, a seppellirlo sotto un castello di abitudini monotone e regolari che non lasciassero nessuno spiraglio alle emozioni. Una vita regolare, da single. Lavoro in ufficio, qualche corso serale di lingua o di ballo perché non si sa mai, il sabato e la domenica a scalare con Nicola, l’amico di una vita, uno con cui condividere la solitudine.

E tutto questo per trovarmi una mattina appena dopo l’alba sconvolto da una voce e da una chioma ribelle.

No, non voglio che mi veda, non voglio salutarla, non voglio che mi saluti. Non voglio incrociare di nuovo il suo sguardo allegro e gentile, o peggio distratto, perché magari dopo tutto questo tempo mi ha dimenticato.

Io quegli occhi li volevo per me intensi, misteriosi e profondi.

Allora mi preparo in fretta, dico a Nicola che è ora di scalare, prendo imbrago, rinvii, scarpette, smatasso la corda. Nicola ha capito che c’è qualcosa di strano, ma non fa domande.

Tra noi funziona così, parliamo delle nostre emozioni solo quando c’è quiete e come se appartenessero a qualcun altro.

Riesco a staccare il piede da terra prima che Claudia e la sua amica siano pronte. Salgo velocemente i primi metri per portarmi a distanza di sicurezza.

Al quinto rinvio mi rilasso e rallento, il respiro si placa e, senza che io lo voglia, nella mia mente tornano a scorrere vecchie immagini.

Non mi accorgo che nel frattempo, nella linea alla mia destra, qualcuno è salito velocemente. Un tintinnio di moschettoni, come fosse una sveglia, mi richiama al presente. Giro la testa e la vedo.

Nella luce del sole la sua chioma ha la stessa aria sbarazzina di quando era ragazza. Capelli ricci, ribelli, con un taglio apparentemente senza pretese ma sempre capace di affascinarmi.

Mi incanto a guardarla.

Indossa un paio di pantaloni corti da arrampicata, di cotone spesso, azzurri, con grosse tasche e risvolti a metà coscia. Le gambe hanno la stessa carnagione dorata di allora, sono magre ed elastiche, i muscoli appena accennati. Sopra la caviglia destra un sottile braccialetto rosso.

Sta affrontando un tratto di rocce rotte e irregolari e con le mani afferra un sasso grigio dalla forma vagamente cilindrica costellato di buchi. Tiene il piede destro sollevato all’altezza del bacino, premuto contro una piccola placca ruvida e giallastra, mentre il piede sinistro penzola nel vuoto.

Lo sguardo è fisso davanti a sé, concentrato e intenso, come per aumentare la pressione delle mani.

Lo sguardo che ha segnato la mia vita.

Un secondo dopo allunga la gamba libera su uno spuntone laterale, scarta verso sinistra e lancia la mano destra in su, verso una sicura presa orizzontale.

Pareggia le gambe allargandole contro la parete per riprendere l’equilibrio, con la mano sinistra afferra un rinvio dall’imbrago, lo aggancia al chiodo e passa la corda.

I suoi occhi tornano dolci e gentili, gira la testa verso di me e, con una luce di sorpresa in viso, mi guarda:

“Ma dai, Federico!”

Balbetto qualcosa mentre provo la sensazione del bambino scoperto a fare una marachella, la mia schiena riprende a tremare e le mani che tenevo strette su due piccole tacche lasciano andare la presa.

Volo, mentre il castello delle mie abitudini si disintegra e il mio desiderio grida di disperazione.

In fondo alla parete Nicola ferma la caduta.

Questa sera, nel furgone, schiacciati attorno al tavolo, davanti ad un piatto di minestra liofilizzata e a una birra in lattina, Nicola ascolterà la storia di un amico mio che aveva un amore impossibile.

Franco Zanella


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