Volare oh oh!

Il mio compagno è Ted un lungagnone alto quasi un metro e novanta magro, magro ma con grandi piedi e grandi mani, che, quando fa sicura, danno un bel po’ di fiducia. In realtà non si chiama Ted ma Taddeo, un nome che i suoi genitori avevano scelto per originalità o per un omaggio a qualche barbuto antenato. Un nome che, accoppiandosi con manone e piedoni, aveva fatto di lui quasi un fumetto regalandogli un’infanzia tormentata dalle prese in giro di amici e compagni di scuola che declinavano, nelle sue varianti più fantasiose, la rima Taddeo Babbeo.

Fatto sta che intorno ai quindici anni Taddeo perse la fede, divenne Tad, ma non gli bastò e, forse perché ancora vicino al vecchio nome, o forse influenzato da qualche telefilm americano, dopo un po’ mutò la a in e: Ted. Nome che lo accompagna ancora adesso che ha scavallato i sessanta anni ed ha sepolto Taddeo nei meandri della burocrazia anagrafica.

Questa mattina di prima estate siamo in falesia per salire un 5c+, un grado al limite delle nostre capacità. Ted ed io facciamo fieramente parte del popolo del 6a, un grado che definisce il nostro limite e la nostra abilità da arrampicatori, oltre ci sono i leoni.

L’obiettivo è di ripetere la via più volte in modo da familiarizzare con prese ed appoggi, insomma un allenamento fisico e mentale.

Però bisogna arrivare in catena e per noi il 5c+ da primi è un bello spauracchio.

Io ho portato i rinvii e Ted la sua corda viola, da lui battezzata Serpe, che all’inizio era serpente ma Ted adora troncare i nomi. L’ha chiamata così perché, dice, che la corda a volte guizza nelle sue mani come dotata di vita propria, sinuosa e infida. Sostiene anche che una volta ha provato a mordergli un dito.

Dopo un po’ di discussione decidiamo che vado io da primo, fidandomi più delle sue manone sulla corda e sul grigri, che del suo scalare un po’ svagato.

La falesia è striata di giallo, di grigio e nella liquida luce del mattino mi sento rilassato e audace.

Ne faccio di ogni.

Mi attacco ai rinvii. Uso in maniera compulsiva lo ‘stecheton’ (il rinvio rigido). Mi faccio tirare da Ted. Volo più volte. Sbuffo e impreco. Dimentico di tutti gli insegnamenti del mio baffuto guru, dei suoi consigli sulla respirazione, sul movimento alternato, sull’uso dei piedi, sulla retroversione del bacino: sono in preda ad un’ordalia ed arrampico, contratto e legnoso, come se non ci fosse domani ma, soprattutto, dimentico di tecniche e suggerimenti, ritornato allo stato primordiale, un primitivo, un Neanderthal in falesia.

Ted si sgola con ‘alè’, ‘ce la puoi fare’, ‘daccene’ e le sue preferite: ‘usa i piedi’ oppure ‘fidati delle mani’, ripetute come dei mantra. L’ha forse sentito dire da qualche guida, da qualche istruttore al King Rock o in falesia, e se n’è appropriato. Io credo che lo faccia per darsi un tono. Dubito anche che sappia esattamente cosa vogliono dire. Io stesso ne ho un’intermittente comprensione, che confina con l’esoterico.

Finalmente arrivo in catena. C’è un moschettone e mi risparmio la manovra. Catena e moschettone sono nuovi [grazie Arrampicata Verona]. Il moschettone ha una ghiera dorata che mi aveva guidato nell’ultimo tiro. Rifletteva la luce del sole, ammiccava come a dirmi manca poco, dai ce la puoi fare, son qui che ti aspetto. Tiro il fiato. Mi appendo e guardo lo stretto panorama della valle, ancora un po’ in ombra verso levante.

Poi li vedo arrivare.

Uno ha capelli lunghi, biondi che porta raccolti in una coda che ondeggia a ogni movimento. Mi ricorda il Manfredi di Dante “biondo era, bello e di gentile aspetto”. Il fisico è asciutto, definito, non troppo alto e ben proporzionato. L’altro è più alto e più massiccio. Esprime come una forza trattenuta, una potenza in attesa. Camminano con passo agile mentre ci salutano con un cenno e si dirigono verso le vie più a nord, quelle con gradi più alti.

Fanno parte dell’aristocrazia, l’aristocrazia dal 7a in su.

Ted ed io siamo i servi della gleba, loro i signori del castello. E signori, o meglio padroni, della falesia lo sembrano proprio quando iniziano ad arrampicare.

A loro agio. Nessun movimento scomposto. Poche parole. Sembrano comunicare per via telepatica. A un movimento dell’uno corrisponde quello dell’altro. Usano parole essenziali, quasi un gergo, per comunicarsi ad alta voce, ma sembrano comunque sussurrare, le varie indicazioni.

Non ci sono incitamenti. Qualche cenno del capo. Usano la corda come messaggero.

Hanno stili di arrampicata diversi.

Il biondo scala leggero, cerca la sintonia con la falesia, la asseconda. Si muove pacato, riflessivo, con armonia e continuità, come una sinfonia: tra l’andante ed il largo .

L’altro ingaggia ogni volta una battaglia, un corpo a corpo con la roccia, che aggredisce con movimenti decisi e prese granitiche, la domina in uno sfarinarsi di magnesite. Scala come a scatti, seguendo un ritmo sincopato, un rock: la batteria di John Bonham.

Lavorano a lungo la stessa via. Ne ripetono i movimenti più volte, con costanza. Si fanno bloccare prima delle sequenze difficili e ripartono per analizzarle fin nei minimi dettagli, memorizzano i movimenti cercando di agguantarne i segreti.

Non cadono mai.

Si calano e ricominciano senza soluzione di continuità: è un piacere vederli all’opera.

Ted ed io, con la corda ormai nel moschettone, scaliamo da secondi, con qualche strepito, ma con meno patemi e migliori risultati. Ripetiamo la via, ogni volta un po’ meglio.

Adesso sono quasi in catena e mi fermo per tirare il fiato. Grido “blocca” e mi metto in resting, almeno così mi sembra si dica.

Verso nord, nel sole del tardo mattino, anche il biondo è vicino alla catena. La coda si è sciolta e i capelli fluttuano liberi mentre affronta lo strapiombo. Ormai è arrivato, manca solo un ultimo movimento e sarà in catena. Si lancia con il braccio ma manca la presa. Cade. Cade con grazia, senza movimenti scomposti, sembra quasi a suo agio. Con calma riguadagna la posizione e riprova il movimento, non manca la presa e arriva in catena.

Ted ed io ci guardiamo. Non diciamo niente ma sono sicuro che anche lui, come me, ha pensato: cazzo, ma allora volano pure loro!

Paolo Gaeta


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